Kintsugi: dall’arte alla psicoterapia … il passo è breve

Sicuramente molti di voi si saranno imbattuti almeno una volta in un’immagine come quella che vedete qui sopra: un vaso trattato secondo i dettami della tecnica kintsugi. Forse, però, non tutti sanno di cosa si tratti né quale sia il valore simbolico di cui oggetti di questo genere sono portatori.

Kintsugi: che cos’è?
La tecnica kintsugi (letteralmente: “riparazione attraverso l’oro”) nacque probabilmente nel XV secolo in Giappone: la tradizione narra che lo shogun Ashikaga Yoshimasa, generale giapponese dell’omonima dinastia, ruppe accidentalmente una tazza alla quale era particolarmente legato. Il militare, desideroso di riparare l’oggetto tanto amato, decise di inviarlo in Cina, patria della porcellana, nella speranza di trovare un modo per farlo aggiustare: purtroppo nessuno degli artigiani cinesi interpellati fu in grado di aiutarlo e così la preziosa tazza, ancora spezzettata, fece nuovamente ritorno in Giappone. A quel punto il generale, ancora persuaso di poter trovare una soluzione allo scottante problema, decise di affidare l’oggetto alle abili mani di un gruppo di artigiani nipponici: questi ultimi, estremamente colpiti dall’importanza che questo utensile sembrava avere per lo shogun, ci si dedicarono con grande impegno e creatività, … e riuscirono a trasformarlo: ai frammenti rimasti aggiunsero alcuni materiali come l’oro, l’argento, la resina laccata e ricostruirono la tazza, rendendola in questo modo un oggetto allo stesso tempo simile all’ originale ma creando anche qualcosa di diverso. La tazza, così riassemblata, sembrò agli occhi di tutti un oggetto molto particolare, addirittura più speciale e prezioso di ciò che era originariamente: lo shogun ne fu letteralmente entusiasta. L'utensile era lo stesso, eppure era diverso: danneggiato, come accade per le ferite, le cicatrici che segnano l’epidermide, ma inaspettatamente arricchito di materiali inattesi e preziosi, che gli avevano regalato una foggia originalissima, unica. In questo modo ebbe inizio la tecnica giapponese detta kintsugi.

Immagine da Pixabay

Cicatrici simboliche: le imperfezioni che non generano vergogna ma unicità
I punti di rottura degli oggetti trasformati dalla tecnica kintsugi, piuttosto che rappresentare dei difetti, delle brutture da correggere, nascondere, cancellare, si trasformano in percorsi colorati da esaltare, fiumiciattoli dorati dalle forme più varie che riescono a decorare l’oggetto rendendolo anche più affascinante di come si presentava in origine. Se ci pensiamo, si tratta di una sorta di “adattamento” al quale sottoponiamo qualcosa che non è più lo stesso e che necessita di un intervento: un paragone che mi viene alla mente è quello legato alle patologie e agli aggiustamenti che un organismo vivente deve mettere in atto per poter sopravvivere nel migliore dei modi possibili. Penso alle patologie fisiche, agli insulti provocati al corpo dagli incidenti domestici o stradali, alle modificazioni che il soma subisce quando qualcosa non funziona, quando si palesa una disarmonia e siamo naturalmente portati a creare delle compensazioni, dei compromessi che ci aiutino a vivere nonostante tutto. Mi vengono in mente persone che ho visto tenersi in piedi e riuscire a camminare con ausili di vario tipo e nei modi più incredibili, capaci di essere autonome al di là di tutto, individui con disabilità in grado di sfidare i limiti insiti nella loro condizione e desiderosi di sperimentare modi nuovi di viaggiare, insoliti stili di vita. Penso, naturalmente, agli ostacoli con i quali la psiche deve confrontarsi e ai cambiamenti che seguono a questi momenti critici: patologie psichiatriche, malesseri di ordine psicologico, disagi molto diffusi attualmente che hanno una manifestazione somatica ma anche importanti connessioni con la mente (la fibromialgia, per esempio), decessi dovuti alla pandemia o ad altro, traumi più o meno rumorosi.
La spinta più diffusa, nel nostro mondo contemporaneo, è quella di raggiungere un ideale di perfezione (termini di bellezza, di apparenza, successo, potere) con tutti i mezzi possibili e a tutti i costi, in modo da “rimuovere” la disarmonia e far sembrare come se nulla fosse accaduto: pensiamo all’ormai frequentissimo ricorso alla chirurgia e alla medicina estetica, oggi anche in età estremamente precoce, dovuto proprio al compulsivo bisogno di rientrare in specifici canoni che la società tende a presentare e a volte impone, questa urgenza di modificarsi nell’aspetto fisico anche quando il corpo non sembra avere nulla che non quadri, eppure si decide di modificare il soma, di tagliare i ponti con i geni. Sembra preferibile il “ripudio” delle orecchie disallineate o di quel mento pronunciato ereditati dal nonno o dalla trisavola: piuttosto che accettare e convivere con aspetti che avremmo voluto diversi, si sceglie di abbracciare l’ignoto o di confondersi con le altre persone.

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I social network sono lo specchio di questa tendenza che imperversa nella popolazione mondiale e appiattisce le differenze che ci caratterizzano, un fenomeno dilagante soprattutto tra i giovani che sono nati e stanno crescendo a stretto contatto con il mondo del web. Esistono tuttavia persone che riescono a resistere a certe “ondate” modaiole, che scelgono di accettarsi per come sono e decidono di mostrare le loro imperfezioni, senza camuffarle con l’intervento medico o con Photoshop: pensiamo ad alcune modelle “speciali”, lontane da certi canoni estetici, che a volte scorgiamo sui giornali o su internet, donne non filiformi, o anche con la cellulite, prive di alcune parti del corpo, con sindromi genetiche evidenti, persone che ci sorridono come incuranti delle cosiddette disarmonie. Penso anche a quelle donne operate per tumore al seno che hanno scelto di non impiantare protesi mammarie, di portare su di sé il segno della malattia che le ha colpite e che però hanno sconfitto, penso a chi lascia stare i tatuaggi e non nasconde una cicatrice evidente, a chi ha subito uno sfregio con l’acido e continua a mostrarsi senza paura. Persone uniche, che non hanno paura di esserlo.

Sofia Jirau - modella

 

Kintsugi e psicoterapia
Quando si intraprende un percorso psicoterapeutico, è in atto un momento di crisi: rottura di un rapporto significativo (per separazione o per decesso), cambio o perdita del lavoro, … La domanda che spesso riceviamo, noi psicoterapeuti, in prima battuta è una richiesta di restitutio ad integrum: la persona che ci consulta vorrebbe “tornare a come era prima” o comunque fare in modo che si torni indietro a certe specifiche condizioni che prima c’erano ma ora non ci sono più. Questo tipo di ricerca è comprensibile e molto naturale: quasi mai, però, è realizzabile. Ed è attraverso questa piccola “feritoia” che è possibile iniziare ad avvicinare i nostri pazienti al lavoro di introspezione psicologica, è con il “pretesto” di questo desiderio di tornare al passato che si entra nel mondo psichico dei pazienti e si va alla ricerca, insieme a loro, degli altri, ben più importanti disequilibri, quelli che probabilmente non hanno mai notato e che invece rendono la loro vita molto difficile, a volte al limite del sopportabile. Con il trascorrere del tempo e della psicoterapia, le persone si rendono conto che la loro iniziale domanda di consulenza era abbastanza lontana dal cogliere le vere questioni problematiche della loro esistenza e quindi si afferra il timone e si cambia un po’ direzione.
La psicoterapia interviene per ascoltare, accogliere l’altro, e il terapeuta non giudica né dà consigli al paziente: il percorso da iniziare, piuttosto, si costruisce insieme, aumentando le consapevolezze ed entrando in contatto con il “terribile” mondo emozionale, che tanto spaventa alcuni (su questo argomento ho scritto alcuni articoli che potete leggere su questo sito, ad esempio Le emozioni: un mondo impalpabile, a volte spaventoso … eppure così umano (primo appuntamento). Attraverso l’intervento psicoterapeutico la persona si fa “paziente” (!) e con il lavoro interiore ricompone se stessa in base ad alcuni “pezzi” antichi, con l’aggiunta di “pezzi” e “collanti” nuovi, così come simboleggia magistralmente la tecnica del kintsugi. Alla fine di una psicoterapia, ciascuno di noi è di base la persona che era un tempo ma anche un individuo nuovo, dotato di maggiori consapevolezze, a contatto con le proprie ferite interiori e con le disconnessioni familiari che quasi sempre hanno turbato la sua infanzia e, quindi, anche la vita adulta: le cicatrici di cui siamo tutti portatori sono il segno di un individuo che, con forza e coraggio, è sopravvissuto alle catastrofi interne e ha sentito il desiderio di sfidarsi, mettersi in gioco e trasformarsi in una persona più libera e, in sostanza, più felice.
Buona vita

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