Il sosia che è dentro di noi: riflessioni nate dalla lettura del racconto Il sosia di F. Dostoevskij

Leggere il racconto Il sosia del celebre Dostoevskij non mi è parsa impresa facile: si è trattato di una lettura tortuosa, “fuligginosa”, onirica, delirante. Per chi non conoscesse la trama – possibile, in quanto opera minore – il testo narra dell’incontro tra due individui identici (nell’aspetto e nel nome) e delle vicissitudini di questo incredibile confronto. Il signor Goljàdkin – senior e il Goljàdkin – junior, però, sono “sosia” solo negli aspetti più esteriori e superficiali in quanto, a ben vedere, tra i due corrono differenze molto significative, che faranno tribolare il protagonista, l’autentico, il “senior”.

Il doppio
Il tema del “doppio” è senza dubbio molto affascinante: non a caso questo argomento è la trama di numerose opere letterarie e cinematografiche, si pensi ad esempio al racconto di Stevenson. La sola idea di incontrare un soggetto in tutto e per tutto identico a noi è sufficiente a turbare il nostro animo e far sorgere numerosi interrogativi: spesso capita che questo tipo di trama faccia capolino nel nostro mondo onirico notturno o diurno. Anche la creazione di veri e propri individui clonati, identici in tutto e per tutto nel corredo genetico e nell’espressione fenotipica, come accade dall’epoca della famosa “pecora Dolly”, per quanto avveniristica e nonostante l’invenzione abbia numerosi risvolti positivi, può tuttavia generare anche sconcerto e confusione.
I gemelli omozigoti e quelli siamesi, non di rado, destano sorpresa, curiosità, e spesso ci si domanda fino a che punto due individui uguali nell’apparenza possano sviluppare differenze o piuttosto siano così simili da potersi “leggere nella mente”, provare le medesime emozioni, avere gli stessi gusti.
Quello che colpisce, confonde e stranisce il lettore, o quanto meno ciò che è capitato a me, è che il doppio, in questo racconto, non è chiaro chi sia: è un’altra persona reale? È il signor Goljàdkin nella sua proiezione delirante di se stesso? Non è dato saperlo. Impossibile persino evincerlo dalle reazioni degli altri personaggi del racconto e neppure dallo stretto e confidenziale rapporto che il protagonista ha con il suo servitore. Chi legge è costantemente in bilico, un po’ spera che, ad un certo momento, venga fuori la “verità”: invece lo sdoppiamento rimane nebuloso, incerto e siamo costretti a convivere con questo perturbante dubbio sia durante la lettura che alla fine di essa. Ci troviamo di fronte alla realtà oppure è “solo” il delirio di un pazzo con manie di persecuzione e di protagonismo? Goljàdkin sogna o è desto? Non si sa. D’altronde il sosia (il finto Goljàdkin) non sembra interloquire con nessun altro, a parte il protagonista, il “vero” Goljàdkin, “il nostro eroe”, come ama definirlo più volte l’autore; quindi Goljàdkin – junior potrebbe non essere che frutto della fantasia di un folle. Ma è possibile che sia tutto generato dal delirio di un megalomane? Questo inquietante interrogativo si fa via via lacerante e non ci molla. E ci spinge ad alcune riflessioni.

Considerazioni psicologiche: Dostoevskij psicologo ante litteram
Dostoevkskij è stato un fine osservatore e conoscitore della psiche umana, potremmo definirlo un precorritore della disciplina psicologica molto vicino alla psicoanalisi e della psicologia del profondo, all’epoca in fase gestazionale: non sappiamo se gli stimoli e le riflessioni psicologiche che inevitabilmente ci conduce ad elaborare fossero dallo scrittore volute o siano state frutto di moti interiori involontari, inconsapevoli. Di fatto, comunque, spicca il tema del confronto con se stessi, che il sosia, necessariamente, impone al protagonista in primis e al lettore di conseguenza.
Mentre nello “sdoppiamento” che avviene tra il Dr. Jekyll e Mr. Hyde, nel racconto stevensoniano, vi è una chiara e netta delimitazione tra il buono e il cattivo, in questo racconto i confini non appaiono così evidenti come vorremmo che fossero: siamo, anche su questo versante, continuamente in bilico, oscillando tra buono e cattivo, incerti tra vittima e carnefice, dubbiosi su chi sia il servo e chi il padrone, dove si collochi il bene e dove il male. Non c’è salvezza, non ci sono rassicurazioni di sorta: l’essere umano è un coacervo di aspetti, un puzzle di parti con sfumature diverse, a volte molto lontane, se non addirittura in contrasto tra di loro. Come Antonio Tabucchi faceva osservare al protagonista di Sostiene Pereira, la personalità è un insieme di “Io” nei quali, a turno e in stati diversi, una certa maggioranza prevale a discapito della parte rimanente, in un’alternanza che non ha mai un punto di equilibrio, né di stasi.

Il confronto che il “sosia” ci impone
Il confronto con il sosia, il doppio, l’alter Ego, ci costringe ad aprire gli occhi su noi stessi: nell’altro uguale a noi possiamo scorgere tratti della nostra personalità che non avevamo mai osservato prima. Sotto questa delirante lente di ingrandimento possiamo notare aspetti di noi che non ci piacciono, che troviamo detestabili oppure orrorifici. Nel racconto, per esempio, il protagonista si ritrova più volte a dover saldare il conto del suo sosia, in pasticceria e al ristorante, pagando di tasca propria le conseguenze delle azioni di un altro: possibile che i pasticcini “in più” li abbia davvero mangiati un altro e non siano, invece, frutto di una distrazione, …e che alla fine quei dieci dolcetti li abbiamo ingeriti proprio noi? È come se l’autore volesse comunicarci che può capitare di “fare i conti” con aspetti di noi che non vogliamo vedere, che disconosciamo più o meno attivamente, che non abbiamo valutato correttamente, e questa scoperta può stupirci e farci provare sconcerto e generare desiderio di allontanamento da quel sé percepito come alieno, estraneo (il protagonista del racconto, per esempio, bolla ripetutamente il suo “sosia” come «disgustoso individuo», «ignobile gemello», «dannato furfante» ma, per alcuni versi, si tratta di attributi che in taluni casi si potrebbero attribuire al medesimo protagonista). Noi, riflessi nell’altro, abbiamo la possibilità di specchiarci, di stupirci di ciò che siamo, di ciò che non siamo, ci troviamo di fronte all’eventualità di decidere che percorso intraprendere e cosa vorremmo essere. Gli psichiatri dell’epoca che avevano letto il racconto, interpretarono questo testo come una splendida esemplificazione di un caso clinico: la personalità del protagonista era un perfetto esempio di schizofrenia paranoidea, e ciò che il sosia incarnava era, come già accennato poco sopra, proprio la proiezione delirante degli aspetti negativi e non riconosciuti dello stesso signor Goljàdkin.
Può anche capitare, ad esempio, che il nostro “clone” rappresenti nostre caratteristiche che ai nostri occhi risultano enormi ma che il resto del mondo ignora completamente: succede spesso di percepire nel nostro corpo dei difetti che troviamo intollerabili ma che gli altri nemmeno notano o, addirittura, può trattarsi di aspetti che l’altro valuta come gradevoli o caratteristici della nostra persona.

Confronto e psicoterapia
In definitiva il “sosia” è un escamotage, un trucco letterario, una strada per rappresentare la necessità del confronto con noi stessi, un po’ quello che accade durante un percorso psicoterapeutico, nel quale ci mettiamo in gioco a carte scoperte, ci osserviamo e ci sentiamo nella nostra narrazione senza edulcoramenti né minimizzazioni e, grazie allo sguardo dello specialista, accogliente, empatico ma mai giudicante, prendiamo in considerazione aspetti negativi ma anche positivi della nostra personalità.
Tra i vari aspetti interessanti e vicini al percorso psicoterapeutico, mi sembra che ci sia anche il tema dell’autoanalisi, sul quale l’autore ci trasmette un messaggio chiaro e inequivocabile: l’autoesame è inesorabilmente fallimentare. I tentativi del protagonista sono costanti buchi nell’acqua, un rocambolesco e tautologico fare e disfare, nella speranza che la propria mente, che la coscienza possano in qualche modo salvarci e permetterci di ricevere giustizia dall’esterno. L’analisi del “caso” può azzardarla chi legge, chi è esterno ai fatti e, al pari di un giudice, con atti e prove alla mano, può cercare di raccapezzarsi, nella speranza di potersi sbilanciare verso un lato piuttosto che un altro: ma non è detto che il lettore possa conquistare la verità assoluta. In fondo, non esistono mai verità assolute, quando ci accostiamo alla psiche umana, e la mente, con i suoi correlati emotivi e corporei, è un frastagliato e frammentato mosaico di tessere multisfaccettate, a volte incomprensibile, ma l’unico universo umano possibile.

 

Tutte le immagini sono tratte dal sito Pixabay.

 

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