La scrittura come strumento di elaborazione

 

Pennebaker, il fondatore della tecnica

Mettere per iscritto ricordi ed emozioni legate ad un evento traumatico può portare all’elaborazione di un trauma e, quindi, alla diminuzione di un disagio: è quanto un famoso psicologo e ricercatore americano ha dimostrato alcuni decenni fa. Fin dagli anni Novanta, infatti, il dottor James Pennebaker ha realizzato numerosi esperimenti nei quali ha sottoposto gruppi di studenti alla “tecnica della scrittura”: i giovani che si offrivano di partecipare dovevano scrivere per alcuni giorni consecutivi in merito ad una o più esperienze traumatiche della loro vita. Lo psicologo nordamericano ha poi raccolto i resoconti nei quali gli studenti rievocavano eventi violenti e dolorosi sperimentati sulla loro pelle o ai quali avevano assistito: le questioni più rappresentate sono state problematiche connesse con l’uso di sostanze stupefacenti, episodi di violenza domestica, violenza sessuale, tentativi di suicidio, decesso di persone care e molti altri temi.

Alla fine del periodo di “scrittura”, i resoconti vennero consegnati al gruppo di ricercatori e quindi analizzati. Il primo risultato “visibile” nel processo di elaborazione del trauma è stato nel modo di scrivere dei soggetti sperimentali: con il trascorrere dei giorni, infatti, lo stile di scrittura diventava via via più fluido e miglioravano grammatica, sintassi, efficacia narrativa. Emerse che le esperienze traumatiche narrate nei resoconti scritti apparivano, con il tempo, sempre meno ansiogene, come se l’averle rievocate e messe in parole avesse permesso una specie di “digestione psichica” dei fatti. Inoltre, questo esperimento potenziò lo stato di salute degli studenti che vi avevano preso parte, elemento sottoposto a verifica medica presso il centro clinico a disposizione degli studenti universitari: i ragazzi fecero minore ricorso a visite ed esami diagnostici, rispetto a quanto fossero soliti nel passato.

 

Effetti della scrittura: i risultati scientifici

In seguito ai notevoli risultati della ricerca di Pennebaker, molti altri psicologi si adoperarono per replicare l’esperimento un po’ in tutto il mondo e da queste ricerche sono emersi dati davvero interessanti e rincuoranti: si è notato, ad esempio, che nelle persone sottoposte alla “tecnica della scrittura” (così venne ufficialmente denominata) migliorava in maniera significativa lo stato del sistema immunitario (diminuzione di alcuni anticorpi che indicano un’ottimizzazione dell’immunità cellulare). Altro dato interessante è rappresentato dall’aumento dei successi accademici; non ultimo, in seguito all’esperimento della scrittura, gruppi di persone in cerca di lavoro/riqualificazione professionale, riuscirono a realizzarsi a livello lavorativo in tempi più rapidi rispetto ai gruppi di controllo.

Effetti significativi sono stati riscontrati, inoltre, su memoria di lavoro (il sistema di immagazzinamento “temporaneo”), tono dell’umore, relazione di coppia, decorso della gravidanza, del parto e del puerperio. Dal punto di vista medico, scrivere riduce la pressione sanguigna, migliora la funzionalità dei polmoni ed è da alcuni ritenuta una forma di ‘arteterapia’.

Emergono, quindi, alcune certezze indiscutibili connesse alla “tecnica della scrittura”, che risulta:

- efficace in termini generali

- efficace sulla salute psicofisica, sia soggettiva che oggettiva.

 

Qual è la causa di tutto ciò?

Sembra impossibile trovare un’unica causa scatenante a questo processo di elaborazione del trauma e, di conseguenza, al miglioramento della salute psicofisica, sociale, lavorativa e generale delle persone che si sottopongono a sessioni di “tecnica della scrittura”; le spiegazioni proposte dai ricercatori sono varie. Pennebaker e i suoi collaboratori, ad esempio, ritengono che gli effetti di miglioramento siano dovuti alla riduzione della “fatica mentale” che serve alla psiche allo scopo di mantenere un evento traumatico lontano dalla coscienza. Non è il processo di “liberazione da un peso”, come potremmo facilmente immaginare, a migliorare la condizione dei soggetti, quanto piuttosto il processo di riorganizzazione dell’evento traumatico nella mente della persona che lo ha vissuto, un concetto molto affine alla Nachtraeglichkeith di Sigmund Freud, l’idea di “trasformazione psichica” che fonda la teoria e la tecnica psicoanalitiche. Questo concetto è anche presente nel pensiero dello psicoanalista Modell che tratta proprio il tema della “ritrascrizione degli eventi” e di altri autori contemporanei.

 

Scrivere è elaborare

Mettere su carta un trauma con le sue caratteristiche più salienti, in sintesi, agevola il processo di elaborazione della perdita, del lutto, della separazione che aprono alla possibilità di “riparare” e “curare” le ferite psichiche subite: scrivere interrompe lo scorrere del dolore, dà inizio ad una primordiale forma di elaborazione e ci permette di iniziare a costruire un’immagine nuova, diversa, dinamica di noi stessi.

I risultati scientifici sembrano in qualche modo rinforzare e confortare l’abitudine di alcuni di noi di tenere un “diario” personale nel quale siamo soliti annotare riflessioni sulle giornate, descrivere emozioni e sentimenti, elaborare considerazioni sulla vita. La “valvola di sfogo” costituita dalla compilazione di un diario “segreto” ci permette di prendere le distanze dagli eventi e dalle persone, sentirci “alleggeriti” e maggiormente lucidi: spesso la sensazione che proviamo nell’atto di scrivere somiglia a quella di quando parliamo con un amico fidato e gli consegniamo parti importanti di noi e del nostro sentire. Anche la rilettura dei diari è un processo che può aiutarci a prendere in considerazione com’eravamo in passato, come siamo oggi, quanto ci sentiamo cambiati rispetto ai vecchi modi di percepire e di sentirci. Che si tratti di un bloc notes, di un quaderno di carta raffinata o riciclata, non fa grande differenza, e non ci è richiesta alcuna particolare perizia nella scrittura: senza essere poeti o scrittori, sospendendo il giudizio, possiamo buttare giù quello che ci passa per la mente ed ottenerne beneficio! Mettere su un foglio (elettronico o di carta) quello che ci attraversa la mente e il cuore ci aiuta a guardarci, come di fronte ad uno specchio interiore, ad entrare emotivamente in contatto con noi stessi/e e a lasciar emergere gioie e dolori che fanno parte dell’esistenza.

Tenere un diario personale rappresenta anche uno strumento promosso da alcuni approcci psicoterapeutici: i pazienti annotano pensieri, domande, stati d’animo per poi riportarli durante le sedute psicoterapeutiche, da utilizzare per il lavoro clinico.

"La scrittura non è magia ma, evidentemente, può diventare la porta d’ingresso per quel mondo che sta nascosto dentro di noi. La parola scritta ha la forza di accendere la fantasia e illuminare l’interiorità"  A.Appelfeld

 

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