Potrebbe suonare un’affermazione arrogante, ma Margaret fu “prima” in … tutto: è stata una delle prime giornaliste, la prima e unica fotografa ad immortalare Stalin, la prima corrispondente di guerra americana, la prima donna accreditata ad accompagnare le forze aeree in combattimento, la prima fotografa in assoluto della rivista statunitense Life.

Margaret Bourke White nacque a New York nel 1904: il padre era un tecnico industriale e fu questo il primo ambito nel quale la giovane Margaret iniziò a sperimentare l’arte della fotografia, che nei suoi primi lavori era orientata in senso industriale (fotografie di operai durante il lavoro in fabbrica, mentre scioperavano, immagini di manufatti in cemento e metallo, costruzioni edili). Fu proprio in questa fase iniziale della sua carriera che la fotografa ottenne la copertina del primissimo numero della rivista Life: l’immagine ritraeva un suo scatto realizzato presso l’enorme diga di Fort Peck, nel Montana e fu pubblicata il 23 novembre del 1936.

 

Negli anni Quaranta, questa donna curiosa, intraprendente e affascinata dalla rivoluzione bolscevica, riuscì ad ottenere il permesso di entrare in Unione Sovietica e poté realizzare quello che ormai è uno dei ritratti più celebri di Stalin, scatto nel quale il leader politico, dietro ai baffi, sembra accennare un lieve sorriso. La foto fu ancora una volta copertina, nel 1943, di uno dei numeri della rivista Life. Sempre in quel decennio la cosiddetta “fotografa di Life” continuò la sua fitta attività di testimone di guerra ma anche di affrancamento: immortalò la Cecoslovacchia prima dell’invasione nazista, plotoni di militari stremati durante la seconda guerra mondiale, fosse comuni, partigiani, resistenti e civili in fuga ma anche la liberazione degli ebrei dai campi di concentramento. Negli anni Cinquanta raggiunse l’Oriente e documentò la guerra tra Corea del Nord e Corea del Sud.

 

Un’altra sua celebre fotografia, realizzata nel 1946, ritrae il Mahatma Gandhi davanti all’arcolaio: lo scatto ebbe luogo nei duri anni durante i quali l’India si batteva per l’indipendenza nazionale dalla Gran Bretagna. In quell’occasione, il leader indiano chiese alla fotografa se sapesse usare l’arcolaio e se fosse in quel frangente disponibile ad apprenderne i rudimenti: la richiesta di Gandhi suonò strana all’orecchio della fotoreporter, che non poté non cogliere il pungolo provocatorio e allo stesso tempo foriero di pace insito nel messaggio del politico e filosofo indiano.

 

Margareth, dal temperamento indomabile e dalla natura avventurosa, nel suo slancio volto a denunciare e difendere i diritti dei più deboli – troppo spesso calpestati – fu anche fotografa d’eccezione all’inizio dell’apartheid, in Sud Africa, realizzando alcune memorabili immagini che continuano ancora oggi a trasmettere, immutata nel tempo, la sua passione fotografica.

Il percorso professionale e artistico di Margareth si conclude con un progetto coraggiosissimo che la vede protagonista sotto l’obiettivo della macchina fotografica del suo amico e collega Alfred Eisenstaedt: il reportage si intitola La lotta indomita di una donna famosa. Negli anni Cinquanta, la Bourke White si accorse che un inatteso quanto incomprensibile mutamento stava prendendo piede in lei e trasformando la sua vita: questi, in breve tempo, vennero osservati e diagnosticati come sintomi del morbo di Parkinson. Margareth non si diede per vinta nemmeno questa volta: decise di sottoporsi ad alcuni “esperimenti” di chirurgia cerebrale, a estenuanti sedute di fisioterapia e riabilitazione e lasciò che l’amico Alfred la ritraesse in questa dolorosa, complessa battaglia finale. Le immagini che ce la raccontano durante quest’ultima fase della vita sono intense e non fanno sconti, perché colgono tutto il suo spaesamento e la fatica insiti in questa guerra che non dà speranza né vie di scampo alternative. Margareth lascia questa terra il 27 agosto del 1971, a soli 67 anni, vinta da un male incurabile ma eternamente vittoriosa grazie ai suoi unici, indimenticabili scatti che fanno parte della storia della fotografia di tutti i tempi.

 

 «Bisogna conoscere la sensazione di chi si trova prigioniero nel proprio corpo come fosse in un armadio e incapace di uscire» (M. B. W.)

 

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