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Madama Butterfly | Dall'opera lirica di Giacomo Puccini


Copertina originale del libretto dell'opera.

Madama Butterfly – dall’opera lirica in tre atti di Giacomo Puccini

La trama

Cio-Cio-San, che vuol dire “signora farfalla”, “Madama Butterfly”, è una ragazza giapponese di 15 anni. Suo padre è morto quando lei era ancora una bambina: questo drammatico evento ha condotto la famiglia sul lastrico e ha portato la giovane a diventare una geisha.
Un giorno viene combinato per lei un matrimonio con un aitante tenente della marina statunitense, Benjamin Franklin Pinkerton, nella speranza di poterle dare un futuro migliore e, nello stesso tempo, risollevare le sorti familiari. La giovane è immatura, inesperta, sognatrice e innamorata dell’amore: si prepara ad incontrare il futuro sposo con grande, ingenuo entusiasmo. La ragazza non sa, però, che l’uomo è un furbo lupo di mare desideroso di godere a breve termine della sua giovane bellezza orientale e di sposarla con il folkloristico rito giapponese che, purtroppo, non ha alcun valore in America: Pinkerton ha già in mente, di lì a breve, di far ritorno in patria e continuare a vivere la sua vita da «yankee» spensierato, sciolto da questo passeggero legame. Nonostante gli avvertimenti che egli riceve (dal console americano, Sharpless, che lo mette in guardia: «Badate, ella ci crede!») e nonostante la stessa ragazza venga invitata da persone a lei vicine a desistere dallo sposare Pinkerton, il matrimonio viene organizzato.

 



Pur di realizzare il suo romantico sogno d’amore, Butterfly ripudia parenti e religione: l’incontro con l’americano e l’abbandono totale che la giovane mostra nei suoi confronti sono commoventi, ed è realizzato attraverso scene di grande dolcezza, delicata sensualità e infinita grazia dalle impeccabili note di Puccini nella sua opera lirica. Dopo questo fugace, appassionato incontro, Pinkerton lascia il Giappone per tornare in America e promette a Cio-Cio-San di fare presto ritorno in Oriente: la scintilla nel cuore della ragazza è già scoccata e la passione ha ormai generato nella sua mente la certezza di un futuro ritorno dell’eroe e di una appassionata vita insieme. Un ritorno che si farà lungamente attendere, quello di Pinkerton, durante il quale Butterfly continuerà a restare legata con tutti i sentimenti a lui e al passato ricordo, nella speranza di poter finalmente coronare il sogno d’amore, nonostante il marine scompaia completamente dalla sua vita per tre lunghissimi anni.
Finalmente, dopo tre anni, Pinkerton torna in Giappone, ma questo solo perché avvisato dal console americano Sharpless che Butterfly, dal loro precedente incontro amoroso, ha avuto un figlio. Il bambino somiglia a entrambi i genitori: nei colori (capelli biondi, occhi azzurri) ricorda molto il padre, ma ha gli occhi a mandorla della madre.

 



Durante questi tre anni trascorsi, però, Pinkerton ha sposato un’altra donna, un’americana, che considera la sua sposa ufficiale e che porta con sé in questo viaggio, finalizzato unicamente ad impossessarsi del bambino avuto da Butterfly. Cio-Cio-San dà per scontato invece che Pinkerton sia tornato per ricongiungersi con lei, per condividere la gioia di una vera vita coniugale ed è fuori di sé dalla felicità: finalmente il suo grande amore è tornato! Vagheggia momenti di infinita tenerezza tra loro, immaginando di poter continuare ad amarlo così come era stato tre anni prima, come se il tempo non fosse mai trascorso, ma si fosse solo brevemente interrotto. In occasione di questo incontro, Cio-Cio-San decide addirittura di indossare nuovamente il vestito da sposa. Ma la brutta sorpresa non tarda ad arrivare: alcune persone a lei vicine (la fedele dama Suzuki, lo stesso console Sharpless) cercano di farle capire che la situazione è cambiata e che Pinkerton ha un’altra donna: Butterfly dapprima oppone una netta resistenza ma alla fine l’evidenza vince su tutto e la nuova, «vera» sposa americana le si presenta personalmente a casa. Dopo un iniziale smarrimento, Cio-Cio-San è costretta a guardare in faccia la realtà e a prendere a poco a poco consapevolezza degli eventi; il suo sogno d’amore comincia a sgretolarsi, la sua appassionata visione è ormai svanita e non sembrano esserci vie d’uscita. Alla fine, con il cuore ormai consumato dalla disperazione, Cio-Cio-San vede rischiararsi nel buio dei suoi patimenti una strada, l’unica percorribile, quella scelta anni prima da suo padre: il suicidio. La sua fedele dama di compagnia Suzuki, che ha intuito il possibile, drammatico esito, per impedirle di compiere l’insano gesto le fa correre tra le braccia il figlio: Cio-Cio-San lo vede, si commuove e per qualche istante lo abbraccia con tenero affetto materno, ma ciò non basta a mutare le sue intenzioni. Non appena il bambino lascia la stanza, la madre afferra un coltello, lo stesso che anni prima aveva tolto la vita a suo padre e, dietro un paravento, compie il catartico, disperato e inevitabile gesto: l’hara-kiri. Pinkerton accorre nell’abitazione di Cio-Cio-San e si getta impotente sul suo corpo ormai privo di vita. Il dramma si conclude con un’ultima, toccante scena: il bambino, che non ha assistito alla scena, sventola lieto e inconsapevole una piccola bandiera americana.

 

«Madama Butterfly» è un’opera in tre atti di Giacomo Puccini: la trama è tratta in parte da un racconto dello scrittore americano John Luther Long, in parte da un romanzo di Pierre Loti. Puccini affidò la stesura del libretto a Illica e Giacosa; iniziò a scriverne la musica nel 1901 e la completò due anni dopo. La sera del 17 febbraio 1904, l’opera messa in scena al Teatro alla Scala di Milano fu un clamoroso insuccesso. Dopo qualche mese, il musicista apportò alcune piccole modifiche alla storia e, rappresentato al Teatro Grande di Brescia, il dramma fu questa volta accolto con encomiastica e intensa commozione.



La lettura psicologica



Se ci si reca ad una rappresentazione di questa opera lirica, si resterà stupiti dalla semplicità e facilità di ascolto: si tratta di una storia con pochi personaggi, dalla musica orecchiabile ed evocativa, dotata di una trama fluida e immediata. Ogni donna saprà ritrovarsi in questa storia e riconoscersi, almeno in parte, nel personaggio di Madama Butterfly. Quante volte è capitato - a noi o a persone vicine - di vivere impulsivamente e impetuosamente una storia d’amore, soprattutto all’inizio... La fase di innamoramento, d’altronde, è stata da alcuni autori paragonata ad una sorta di «impazzimento», di «follia sana»: un momento di temporanea pazzia che, con il tempo, cede il passo ad un legame più stabile e maturo.

 

Un amore intenso, fisico e sensuale, quello che c’è all’inizio tra Butterfly e Pinkerton, dal quale nasce persino un bambino, ma un amore che si fa via via più rarefatto, platonico, sognato, vagheggiato e nutrito al riparo da una troppo crudele e cinica realtà. Una storia ambientata in Oriente, che però può rappresentare un dramma senza spazio né tempo: il dramma di un amore alimentato dai propri bisogni e nient’altro, una passione consumata in solitudine, in intima comunione con se stessi, incurante della realtà esterna e della reciprocità: la stessa Butterfly, ad un certo punto dell’opera, si definisce «rinnegata e felice», come del tutto appagata dal proprio sentimento d’amore. «Un bel dì vedremo», una delle principali arie di quest’opera lirica e in assoluto tra le più famose, rappresenta al pubblico il «delirio amoroso» nel quale si immerge la protagonista del dramma.

L’amore che Butterfly vive per tre lunghi anni è un sentimento solipsistico che segue un proprio percorso personale, un dramma privato che procede lungo i binari dell’interiorità, un cammino parallelo al mondo reale, con il quale sembra non incontrarsi mai se non alla fine e in modo inevitabilmente tragico.
Fin dall’inizio Butterfly non si accorge o preferisce non accorgersi che, in realtà, Pinkerton vive questo rapporto in modo diverso e i tre anni di silenzio successivi al loro incontro sembrano non avere alcun significato per lei; al contrario, anziché lenire il suo sentimento d’amore, sembra che lo incrementino.

 



Agli occhi di una ragazza giapponese di soli 15 anni, l’occasione di sposare un uomo occidentale viene vista come una possibilità di riscatto sociale e culturale e sembra quasi un sogno: e proprio con gli occhi di una sonnambula Butterfly si addentra in questa relazione, finendo col viverla da unica protagonista, nutrendola dei propri bisogni narcisistici, alla ricerca di una adesione a regole e modelli culturali molto lontani dai suoi, nell’illusione di poter dare una definitiva svolta alla propria esistenza creando uno strappo nei confronti delle proprie origini. La ribellione alla famiglia e alla religione ne sono un esempio: un tentativo non troppo celato di creare una netta cesura con le proprie radici e cancellare magicamente l’inaccettabile perdita paterna. L’hara-kiri compiuto dal padre ha non solo eliminato l’uomo dalla terra ma ha anche ingiustamente privato una figlia del genitore, l’unico rimasto. Quando anche Pinkerton scompare dalla sua vita, la perdita della figura maschile torna a ripetersi ancora e il trauma già vissuto non fa che reiterarsi, come se fosse un ciclo inarrestabile: questa volta è Butterfly a metterlo in atto su di sé, come unica strada percorribile per fuoriuscire dall’inaccettabile eclissarsi del sogno d’amore, di quella relazione affettiva che per un attimo pareva poterla tirar fuori dalla insopportabile, dolorosa quotidianità. Nemmeno la nascita del bambino rappresenta un fattore positivo per Butterfly: inizialmente sembra un segno premonitore del futuro ritorno di Pinkerton, l’elemento che dà concretezza e certezza all’amore idealizzato e scomparso. Purtroppo, invece, il figlio diventa l’occasione per volgere tutto in tragedia.

 



La storia d’amore che Butterfly aveva in mente, se ci riflettiamo con attenzione, era una storia mal nata fin dall’inizio: Pinkerton, dipinto dagli occhi della ragazza, appare un uomo premuroso, coinvolto, quasi un principe azzurro venuto a salvarla, una figura maschile disposta a proteggerla... mentre, a mano a mano che la storia procede, a ben guardare, il legame tra i due risulta vissuto in modo poco sincero e molto opportunistico da parte di Pinkerton. Gli intenti del marine sono chiari a tutti, al Console Sharpless e al pubblico. Il Pinkerton reale è un uomo molto diverso da quello vagheggiato da Butterfly: è un individuo cinico, che mira unicamente a raggiungere i propri interessi senza nessuno scrupolo morale né sentimentale, che desidera trarre piacere dalla relazione fin tanto che lo desidera.



Nella relazione, l’«altro reale» viene da Butterfly sostituito dall’«altro immaginario», dipinto in base ai gusti dell’innamorata, alle sue esigenze, alle sue fragilità; la lontananza tra i due protagonisti di questo dramma non fa che alimentare queste fantasie e a far gonfiare, giorno dopo giorno, le speranze, i bisogni affettivi di Butterfly e l’illusione di poterli soddisfare.
Questo modo di procedere, facendo lievitare le attese, in realtà direziona sempre più Butterfly verso il dramma, la caduta finale, lo scontro con la realtà, che si fa inevitabilmente durissimo.

Le riflessioni che una trama come questa ispira sono pressoché infinite, ma ritengo utile soffermarsi su un aspetto particolare della storia: la modalità di relazione del personaggio femminile, cioè il modo nel quale Butterfly (o Cio-Cio-San, che dir si voglia) entra in rapporto con le altre persone e con i fatti che accadono. Il problema di fondo è che la ragazza è cieca di fronte al proprio mondo interiore: ciononostante, sono proprio i suoi bisogni più interni a guidarla nelle scelte e nei modi d’agire. Nel suo mondo psichico c’è un immenso vuoto affettivo (la perdita di figure di riferimento familiari) che la protagonista tenta disperatamente e ciecamente di colmare: un affetto che Butterfly cerca e vorrebbe ricevere in modo fanciullesco, come esplicitamente chiede a Pinkerton nel loro incontro amoroso («Vogliatemi bene… un bene piccolino... un bene da bambino... »), un affetto mancato anni prima, durante gli anni dell’infanzia.



Butterfly è una donna fragile, bisognosa d’amore, in attesa: questa condizione, non chiara ai suoi occhi, la rende estremamente vulnerabile all’esterno. Questo sta a significare che non avere consapevolezza delle proprie debolezze e dei propri bisogni fa sì che si venga trascinate dall’altro e nel rapporto con lui in modo del tutto incontrollato e inconsapevole; se non abbiamo coscienza dei nostri bisogni, saranno loro a dirigere le nostre scelte e le nostre relazioni.

Quando non si è in rapporto con se stessi si è in balìa dell’altro e a volte l’urgenza dei nostri bisogni, se non riconosciuta, può farci percorrere strade buie e pericolose. La vera forza di un individuo sta nell’ammettere e nell’accettare di avere delle «zone d’ombra»: entrare in rapporto con la nostra umana debolezza è l’unica strada da percorrere per rafforzarci ed essere persone migliori.
Non dimentichiamo mai che possiamo vivere bene solo coltivando un rapporto sincero con noi stessi e tenendo presente che nella relazione con l’altro non siamo soli: nessuno può vivere da solo! La reciprocità è uno degli elementi chiave per intraprendere e mantenere rapporti sani con gli altri, che vanno considerati nella loro interezza e globalità, non solo per quello che ci piacerebbe vedere nell’altro o per i nostri bisogni relazionali.

 


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